3 febr. 2009

Mistero di strada

La Barcellona più torbida e vera in un altro caso del poliziotto Méndez di Francisco González Ledesma

Per i milioni di turisti che la affollano ogni anno Barcellona è la città dei locali alla moda, dell’architettura ardita, di Gaudì e del progresso sorridente ed esuberante. Il simbolo di una Spagna che guarda fiduciosa al futuro e non sembra aver paura di nulla. Per chi in quella città ci è vissuto e cresciuto, però, per chi ha misurato i suoi marciapiedi, varcato le soglie dei suoi ormai demoliti edifici fatiscenti, frequentato i suoi tanti bordelli e gli ancor più numerosi bar, oggi inghiottiti da mille cloni in vetro e alluminio, Barça è un panorama di misteri e morte, una vecchia amica prossima al tramonto.
È questa la città di Méndez, poliziotto rimasto inchiodato al gradino più basso della gerarchia per la totale mancanza di rispetto per le regole, ampiamente compensata dall’amore per l’alcol, i vicoli, le bettole e i loro frequentatori. A lui tocca indagare sull’omicidio di un uomo, freddato in una dismessa casa d’appuntamenti: vittima un rapinatore responsabile, anni prima, di un colpo nel quale morì un bambino; sospettato numero uno David Miralles, il padre di quel bimbo, diventato una guardia del corpo senza passioni e con tanta voglia di morire, che l’agente teme voglia uccidere anche il vecchio complice della vittima. Peccato che questo sia un losco e inafferrabile trafficante, quanto mai determinato a precedere la vendetta di Miralles. Méndez permettendo.
Inseguendo bersagli e sicari, il romanzo del maestro del noir spagnolo Francisco González Ledesma, Mistero di strada (Giano Editore), accompagna il lettore in una Barcellona tutt’altro che da cartolina. Lontano dai viali scintillanti e dal vivace lungomare, trasuda l’anima vera della metropoli catalana, fatta di uomini feriti, avvocati in rovina e prostitute rancorose, tutti però ancora capaci di gesti veri e generosi. Li fronteggiano moderni affaristi senza scrupoli, assassini mercenari e un progresso che appiattisce tutto. A Ledesma quest’arido "nuovo" non piace e lo combatte con una trama lineare ma avvincente, personaggi profondi e toccanti, una descrizione d’ambiente che procede a piccoli, luminosi sprazzi. Ma soprattutto con una scrittura magistrale, che alterna le durezze dei bassifondi e la tenerezza dei disperati, il cinismo dei reietti e un’ironia spassosa e tagliente. Che forse non basterà a fermare ruspe e globalizzazione (anche perché Ledesma ha quasi 82 anni), ma che per la città è un’eredità ben più preziosa di tanti turisti frettolosi.